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Thursday 27 march 2014 4 27 /03 /Mar /2014 12:09

Locandina Storia di una ladra di libri

 

 

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Germania, 1939. Liesel Meminger è una ragazzina di pochi anni che ha perduto un fratellino e rubato un libro che non può leggere perché non sa leggere. Abbandonata dalla madre, costretta a lasciare la Germania per le sue idee politiche, e adottata da Rosa e Hans Hubermann, Liesel apprende molto presto a leggere e ad amare la sua nuova famiglia. Generosi e profondamente umani gli Hubermann decidono di nascondere in casa Max Vandenburg, un giovane ebreo sfuggito ai rastrellamenti tedeschi. Colto e sensibile, Max completa la formazione di Liesel, invitandola a trovare le parole per dire il mondo e le sue manifestazioni. Perché le parole sono vita, alimentano la coscienza, aprono lo spazio all'immaginazione, rendono sopportabile la reclusione. Fuori dalla loro casa intanto la guerra incombe e la morte ha molto da fare, ricoverando pietosa le vittime di Hitler e dei suoi aguzzini, decisi a fare scempio degli uomini e dei loro libri.
Adattamento del romanzo di Markus Zusak, Storia di una ladra di libri è un racconto di formazione ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale in un piccolo villaggio della Germania. Nato da un'urgenza e dall'infanzia dell'autore, il libro di Zusak descrive una crescita forzata e indotta dalla crudeltà degli uomini. Ma la violenza della guerra e l'assurdità del mondo degli adulti vengono fiaccate dai libri e dalla letteratura, corsie preferenziali per la conoscenza. E attraverso i libri la giovane protagonista abbandona la superficialità tipica dell'età e impara a leggere (tra le righe), capendo quello che la circonda, scoprendo i misteri della vita e della sua assenza. Tradotto in trenta lingue, "La bambina che salvava i libri" è sceneggiato da Michael Petroni (Le Cronache di Narnia - Il viaggio del veliero) e diretto da Brian Percival (Downton Abbey), che decide per una regia classica e decisamente didascalica. Messa in scena che non rivoluziona il genere ma rende il film accessibile e concentrato sul suo soggetto: la dittatura dell'incultura. L'innocenza della protagonista si scontra presto coi terribili 'uomini grigi' di Hitler, che rubano 'il tempo' a chiunque osi contrariarli. E al fuoco della loro follia, la piccola Liesel sottrae i libri, unendo l'attenzione per gli altri alla forza di un sorriso. La speranza risiede nei suoi gesti e in quelli dei suoi genitori, nella loro voglia di libertà, nel loro bisogno comunitario, nel loro amore per il prossimo. Se Hitler ordina ai suoi 'figli' di bruciare i libri, un padre protegge sua figlia dall'orrore grazie alle parole di quei libri. Perché l'arte è una sorta di coscienza salutare, e in quegli anni bui provvidenziale a risollevare le persone dall'umiliazione e dall'ignominia subita. Racconto edificante, Storia di una ladra di libri partecipa a una tendenza attuale che mostra cittadini tedeschi irriducibili e resistenti contro lo stato delle cose. Impeccabilmente interpretato da Geoffrey Rush, Emily Watson e la giovane Sophie Nélisse, abile nell'esibire l'anima più genuina dell'infanzia e a far conoscere tutta la vulnerabilità della fase più delicata nello sviluppo di un individuo, Storia di una ladra di libri rivela una superficie liscia e una narrazione senza asperità. Il film 'storico' di Brian Percival ha tutte le caratteristiche ma anche i limiti di uno spettacolo familiare, che rinuncia alla (più) complessa costruzione del romanzo per una maggiore presa spettacolare. 'Ricostruttore', piuttosto che autore, il regista inglese pasticcia con la 'mortale' voce fuori campo, che dovrebbe essere il filtro tra gli accadimenti e il lettore e finisce invece per penalizzare la storia, intervenendo approssimativamente sullo svolgimento. Nella versione originale poi, in italiano il doppiaggio assorbe il garbuglio linguistico, intercala l'inglese col tedesco, impiegato come mero richiamo realistico ed elementaredécor sonoro. Nondimeno Storia di una ladra di libri resta un film comunicativo, in grado di catturare lo spettatore e donargli un insegnamento veramente sentito. Perché per Brian Percival i libri hanno un valore rilevante, culturale e formativo. Insieme al cinema, possono veicolare contenuti importanti, farsi serbatoio dei capitoli della storia universale della formazione umana, nutrimento dell'immaginario, senza rinunciare ad emozionare.

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Thursday 27 march 2014 4 27 /03 /Mar /2014 12:07

Locandina Cuccioli - Il paese del vento

 

 

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In questa nuova avventura dei Cuccioli, i personaggi animati resi famosi dalla televisione italiana e poi esportati in tutto il mondo, la perfida Maga Cornacchia si è messa in testa di rubare la giraventola che fa funzionare Soffio, il paese del vento del titolo. E poiché la giraventola è custodita da una saggia tartaruga il primo passo è rapirla, e poi neutralizzare i sei cuccioli pronti a correre in suo soccorso, primo fra tutti il dolce Senza nome, pulcino determinato e combattivo (altro che il Pio del tormentone...). Riusciranno i nostri eroi a salvarsi e a riportare il potere energetico dell'aria a Soffio?
Siamo nel regno degli under 6, cui è esplicitamente indirizzato il secondo lungometraggio della serie (dopo Cuccioli - Il codice di Marco Polo) a fare leva sulla fedeltà di quel giovanissimo pubblico che non perde neanche una delle puntate televisive. E indubbiamente questo episodio cinematografico è coerente sia con la serie tv che con il suo predecessore: una narrazione semplice concentrata su temi universalmente condivisibili, come l'amicizia e l'ambientalismo; gag comiche comprensibili al livello della scuola materna; un reiterato rivolgersi dei personaggi al pubblico in sala, cui si chiede la partecipazione e la complicità necessarie per rendere emozionante l'avventura degli animaletti protagonisti. L'animazione in digitale e l'aggiunta (opzionale) del 3D rende tutto molto high tech, ma la trama resta puerile (nel senso etimologico del termine). Per essere un film centrato sulla forza del vento, pieno di mongolfiere e di pennuti, sorprende che Cuccioli - Il paese del vento non prenda mai veramente quota e non riesca a spiccare il volo verso il reame della pura magia (come Il castello errante di Howl, che pure è ampiamente citato), limitandosi a moltiplicare per un'ora e venti il format televisivo.
Il risultato è comunque gradevole, e i bambini non si sentiranno traditi: quei sei personaggi sono i loro eroi quotidiani (anche se la sceneggiatura lascia da parte due dei più divertenti per metà del film) e le loro avventure sono a misura di preschooler. L'unico respiro allargato, rispetto agli spazi angusti del piccolo schermo, è quello della scenografia, e le più grandi libertà che questo episodio di Cuccioli si concede restano quelle musicali: dal rap al flamenco, è tutta un'esplorazione ritmica che dà movimento alla storia.

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Thursday 27 march 2014 4 27 /03 /Mar /2014 12:02

Locandina Quando c'era Berlinguer

 

 

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Enrico Berlinguer ricostruito attraverso immagini di repertorio e interviste a chi l'ha conosciuto, ha vissuto e lavorato al suo fianco. Con poco riguardo per la vita personale e una marcata attenzione per la vita professionale viene ricostruito il percorso che l'ha reso il leader più amato del suo partito, un simbolo di rettitudine politica, un modello stimato anche dalle parti opposte dello schieramento.
Quando c'era Berlinguer si pone la più giusta tra tutte le domande che occorre porsi parlando di Enrico Berlinguer oggi: com'è possibile che in un certo punto della storia italiana la morte di un politico abbia scatenato un'adunata di massa senza precedenti e una commozione generale autentica e struggente?
Walter Veltroni lo fa nonostante non faccia mistero che per se stesso questo non è mai stato un mistero. Nel suo documentario infatti non manca di inserire la propria voce fuoricampo, di rimarcare la maniera in cui la propria storia politica (agli inizi) si sia sovrapposta con quella di Berlinguer e di indicare se stesso nei filmati di repertorio. Veltroni insomma non si nasconde ma apertamente cerca di spiegare Berlinguer a chi non l'ha vissuto e in questo senso l'inizio molto ruffiano con un montaggio di persone comuni, ragazzi e adulti a cui viene chiesto chi fosse Berlinguer e che rispondono con un misto di ignoranza e conoscenza dell'uomo, è abbastanza indicativo.
Potendo attingere ad un bacino di testimonianze e persone vicine a Berlinguer impressionante (si va dal massimo del personale come la figlia, la scorta e gli operai a lui vicini, al massimo dell'istituzionale come il Presidente della Repubblica in carica fino al massimo del promozionale con Jovanotti, unico testimone a non aver conosciuto nè il personaggio nè la lotta politica in questione) Quando c'era Berlinguer sceglie di costruire mediaticamente l'identità del più noto leader del partito comunista in Italia come una superstar della politica, un leader vincente. Partendo con i numeri dei trionfi e passando per il ribellismo, dipinge Berlinguer principalmente come un ribelle, un innovatore solitario, coraggiosissimo, capace di ribellarsi al soviet, di negare moltissimi assunti fondamentali del comunismo e di farlo senza perdere nemmeno un voto, anzi aumentando in maniera impressionante il proprio seguito.
Nel cercare di arrivare al proprio obiettivo però il film indugia spesso compiaciuto sulla commozione di chi parla, non risparmia colpi bassi e cadute di stile, concedendosi diversi momenti di "poesia" per immagini. Vecchie pagine di L'Unità che rotolano al vento nella piazza deserta con panoramica a salire che si scioglie nelle immagini di repertorio, campi assolati e musiche struggenti, Quando c'era Berlinguer non vuole solo conquistare la testa del suo pubblico, vuole anche la pancia ma (a parte chi già ha un pregiudizio sentimentale nei confronti del personaggio o dell'epoca in questione) è difficile che la ottenga con quest'abuso di esibito compiacimento sentimentale. Perchè dietro ogni momento smielato compare l'ombra dell'autore, il suo nome e la sua storia ingombranti che a tratti escono anche nelle interviste (più di un intervistato lo chiama per nome) e che sono parte del rimosso maggiore di questo film che rievoca il passato mancando sempre di inscrivere in esso il rapporto che stringe con l'attualità.

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Thursday 27 march 2014 4 27 /03 /Mar /2014 12:00

Locandina In grazia di Dio

 

 

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Non c'è concorrenza con i cinesi, così una famiglia di fasonisti (i sarti che confezionano abiti per le aziende del Nord) è costretta a chiudere la propria fabbrica di fronte ai debiti e alla bancarotta. Mentre l'unico fratello cambia paese assieme alla sua famiglia, le due sorelle tornano dalla madre in campagna, una insegue le sue aspirazioni d'attrice e l'altra che prima si occupava della fabbrica per non essere sormontata dai debiti comincia a lavorare le proprie terre. La figlia di quest'ultima infine, non intende prendere la maturità e vive tutto con atteggiamento futile e superficiale, in contrasto con ogni cosa, anche nei riguardi dell'inaspettata storia d'amore della nonna vedova con un contadino.
Ci sono 4 donne nell'ultimo film di Edoardo Winspeare e molte situazioni che non si chiuderanno. Il regista riprende i tentativi di Sangue vivo mescolandoli con qualche suggestione di Il miracolo (la religione come retaggio culturale più che come culto vero e proprio) per giungere ad un'inedita sintesi all'insegna di un tipo di cinema europeo estremamente moderno e che rielabora il classicismo della narrazione (tempi dilatati, attenzione ai fatti e una grande semplicità di sceneggiatura) per mostrare una serie di situazioni senza la minima pretesa di tirarne le fila o scioglierne gli intrecci.
Delle sue 4 donne (l'unico uomo della famiglia esce dal racconto quasi subito) Winspeare ammira incertezze e sicurezze, dubbi e volontà ma soprattutto sembra affascinato dalla maniera in cui 4 caratteri completamente diversi convivano al tempo stesso male e bene, conciliando accordi e disaccordi (all'insegna per l'appunto di un comune retaggio di cui la religione è solo una delle molto possibili forme). Non tutto fila proprio liscio, in molti punti la ricerca di una narrazione molto diretta e invisibile sfocia nei bozzetti più banali o in un semplicismo inadeguato se non quasi ridicolo e spesso la scelta espressiva di avere 4 attrici non professioniste penalizza i dialoghi, eppure guardando il film nel suo complesso è impossibile negargli la forza dei grandi affreschi umani. Unendo piccolo e grande, ambizioni minimaliste e capacità di dipingere un ampio quadro in cui le vite dei singoli si uniscono in una parabola familiare che ha il sapore di una comunitaria, Winspeare forse realizza il suo film più compiuto, l'unico capace di volare più in alto delle molte imperfezioni per cogliere l'essenza del racconto per immagini: mettere in scena la complessità del mondo e le contraddizioni di chi lo abita.
Non c'è personaggio che giunga a quella che comunemente chiameremmo "una chiusa", non c'è sottotrama che si possa dire realmente compiuta, nè carattere che subisca una reale evoluzione, tutto è in un continuo divenire e In grazia di Dio sa suggerire che questo continuo mutare non si ferma con la fine del film. E sebbene il "ritorno alla natura" non sia la più sofisticata delle riflessioni sul contemporaneo (c'è più d'un insistente riferimento all'attualità, dall'audio molto alto e molto "entrante" dei notiziari fino ai riferimenti ad Equitalia) è indubbio che il modo che Winspeare ha di guardare e far guardare questa regressione che diventa evoluzione è contagioso. 
È questo probabilmente il cinema più complesso da fare oggi, quello che molti cineasti europei, in una maniera o nell'altra, stanno affrontando cercando di superare le parabole narrative convenzionali senza rinunciare ad una forma semplice (e quindi classica) del racconto. Forse l'unico cinema in grado di annullare le divisioni ideologiche e le banali posizioni di buono o cattivo, bene e male, per giungere a rappresentare il reale per com'è, accettandone la complessità invece di semplificarlo per renderlo comprensibile. In grazia di Dio è un buon esempio di questo nonchè un buon film in assoluto.


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Thursday 27 march 2014 4 27 /03 /Mar /2014 11:00

Locandina Yves Saint Laurent

 

 

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Parigi, 1957. Yves Saint Laurent ha 21 anni e viene chiamato a prendere il posto del defunto Christian Dior nella cui maison ha già avuto modo di dar prova delle proprie qualità. Lo attende la prima collezione totalmente affidata alla sua creatività. Il successo ottenuto lo proietta ai più alti livelli della moda parigina imponendogli al contempo una continua pressione. Il ricovero per una sindrome maniaco-depressiva, in occasione della sua chiamata alle armi per la guerra in Algeria, fa sì che venga licenziato. Grazie al sostegno di Pierre Bergé, che ne diverrà il compagno e il factotum, lo stilista apre una propria casa di haute couture e YSL diverrà un marchio simbolo di eleganza e innovazione.
Jalil Lespert si inserisce con questo film nell'ambito del film biografico stando attento a non eccedere nella beatificazione del protagonista ed evitando anche di cadere nel gossip per immagini. Sono due rischi che chi decide di affrontare una personalità complessa come quella di Yves Mathieu Saint Laurent non può sottovalutare.Il film non ci propone solo il progredire della creatività di un artista in continua ed obbligata evoluzione (a un certo punto gli verrà fatto rilevare che è felice solo due volte l'anno: in primavera e in autunno quando presenta le nuove collezioni) ma va oltre. Ce lo contestualizza, ad esempio, nella lacerante situazione di chi ha lasciato la natia Algeria (da cui anche il regista proviene) e sente il peso di dover rispondere ad interrogativi socio-politici a cui si vorrebbe che prestasse attenzione. La sua vita invece sta in quelle matite che muove con la rapidità di un pittore e da cui nascono abiti che sanno valorizzare le donne rimanendo al passo coi tempi e spesso anticipandoli.
Come Valentino Garavani con Giancarlo Gemmetti così per Yves è determinante l'incontro con Pierre Bergé. È il compagno a cui può appoggiarsi quando la sua forza creativa si muta in fragilità emotiva, è l'organizzatore e il manager. È colui che sa dare un valore commerciale alle sue creazioni mentre Yves acquista una preziosa e antica statua di Buddha senza saperne neppure il prezzo. È a lui (interpretato da un partecipe Guillaume Gallienne) che Lespert affida la narrazione ed è il vero Bergé che ha consentito di esplorare il lato nascosto alle cronache di una relazione durata tutta una vita. Un rapporto in cui non sono mancati i tradimenti e che, per un periodo non breve, ha finito con il ruotare intorno a una donna. La modella Victoire diviene per entrambi un oggetto del desiderio e della gelosia che non li spinge mai a rinnegare od occultare la loro omosessualità ma li mette a confronto con quel mondo femminile per il quale entrambi ogni giorno elaborano e promuovono quegli altri oggetti del desiderio che hanno il nome di abiti di alta moda.

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